Mani prestate a Dio

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Don Rito Maresca

Copricapo, occhiali scuri e mascherina… non riconobbi il giovane della protezione civile che mi aveva portato a casa la spesa. Gli chiesi chi fosse. Tolse gli occhiali e sussurrò: «Valentino, da ragazzo ti servivo messa». Gli assicurai: «Anche se hai smesso di andare in chiesa, stai ancora servendomi messa. Stai prestando le tue mani a Dio». Una tacita intesa… Forse avrebbe voluto abbracciarmi, ma si doveva stare a due metri di distanza!

Non serve tanto sviluppare teorie sul valore del volontariato, quanto metterne in rilievo il capitale sociale, culturale e religioso in un tempo in cui l’umanità geme a causa del coronavirus. Credenti o no, quei giovani volontari – e quanti si prodigano nell’aiutare chi è nel bisogno – mostrano che sono ancora vitali le radici cristiane dell’Europa. Ne aveva parlato l’ateo (o agnostico) Benedetto Croce quando scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”.

Il nostro agire, anche solo implicitamente, mostra come il volontariato costituisca un grande patrimonio morale, che si fonda sul Discorso della montagna, là dove Cristo parla di un amore rivolto a tutti, anche a chi ci fa del male. È un’energia, una forza, un capitale sociale gratuito, un’«eccedenza della carità» (card. Martini). È l’arte di generare passioni e sentimenti di generosità nel farsi dono a tutti, senza cercare tornaconti, senza chiedere se il beneficiato sia cristiano o musulmano, italiano o cinese. È la capacità di far stare bene chi dona e chi riceve, creando motivazioni ideali profonde.

Il volontario presta le sue mani a Dio facendosi dono al prossimo, affermandola dignità della persona – specialmente là dove è più calpestata – e i diritti di ogni essere umano. Serve Dio lottando contro le ingiustizie, soccorrendo chi abbisogna di un pane, di un tetto, di un po’ d’amore, portando una carica di entusiasmo. Il tutto riassunto in un sorriso.

                                                                     Valentino Salvoldi

È stato un po’ frutto del caso – o, per chi crede, del disegno di Dio – notare, tra i tanti messaggi che intasavano il mio telefono, quello di un giovane che mi chiedeva di poter parlare un po’. Si è presentato: si era appena laureato e con slancio si era “arruolato” nella protezione civile. Ha chiarito subito, anzi quasi si è scusato del fatto che non abbia fede – perché “crede alla scienza” – e che non venga in chiesa, perché ha vissuto esperienze negative con i preti; tuttavia, mi ha chiesto di poter andare a trovare il gruppo di ragazzi che con lui si era messo in gioco per portare la spesa alle persone anziane della città. Ho accettato subito, e sono andato la mattina stessa.

Nel drappello dei volontari della protezione civile non c’era nessuno dei “miei giovani da messa”, solo un paio di scout della parrocchia vicina e tutti ragazzi fuori dai nostri circuiti ecclesiali. Non ho ceduto alla tentazione di fare loro la predica, semplicemente li ho incoraggiati a essere quella generazione nuova, quel seme che avrebbe dato frutto anche passata la crisi. Da allora, ogni mercoledì andavo a trovarli prima che iniziassero il loro servizio. Ci vedevamo all’aperto, per mantenere le distanze e con i volti nascosti dalle mascherine; tuttavia, tra noi è nato qualcosa, siamo diventati una piccola e strana comunità. Quei giovani laici, lontani dalla fede, ma che prestavano le mani a Dio, erano la Chiesa che Egli mi aveva affidato. La mia domenica si è trasferita al mercoledì mattina, ore 10,30: non celebravamo liturgie, non pregavamo, né ho tentato di convertirli, perché già sapevo che erano mani prestate a Dio.

                                               Don Rito Maresca

One thought on “Mani prestate a Dio

  1. «…L.avete fatto a me!». Quando leggo, o ascolto, questo passo del Vangelo secondo Matteo (capitolo 25), ho un sussulto al cuore! Ogni volta che facciamo, o non facciamo, un gesto d’amore, anche piccolo, lo facciamo, o non lo facciamo, a Lui. Questo, per chi crede, e a maggior ragione, per chi come me è consacrato a Lui, sgombra il campo da qualsiasi scusa, da qualsiasi tentazione di «selezione dell’amore». Non importa se uno merita o non merita, se è «dei nostri» o non lo è, «l’avete fatto, o non l’avete fatto, a me». Questa è una stoccata che sento più che mai forte per me, clarissa, e quindi dedita a vita contemplativa. Non, certo, per abdicare alla mia vocazione, ma, quante volte si rischia di mettere davanti la preghiera a un’«urgenza» d’amore, dentro e fuori del monastero, appunto, senza distinzioni.
    Suor Chiara Antonella Poli

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