Ferite mutate in feritoie?

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Enrico Segatto

«Ho avuto genitori non solo inadeguati, ma… falliti – mi scrive un giovane amico –. I loro continui litigi sono stati, e lo sono tuttora, pesanti ferite per me. Che senso può avere tanta mia sofferenza fin da bambino?». Sia pure con difficoltà, cerco di balbettare una risposta. Per chi non ha una fede, il dolore è pura assurdità. Per chi è credente, la sofferenza non è una realtà puramente passiva: può essere resa attiva se accettata come mezzo per crescere, purificarsi e imparare che cosa voglia dire essere uomini. Nel dolore guardiamo a Cristo, che non è venuto a liberarci dalla sofferenza, ma dal nonsenso in essa implicito per chi non ha fede. Guardando a Lui comprendiamo che è possibile non subire passivamente il dolore: se questo è subito, diventa una maledizione. Accettato con fede e con lo sguardo rivolto all’Uomo dei dolori, è liberato dalla sua disperata inutilità.

Le ferite inferte dai genitori con i loro sbagli, i loro litigi, la loro possessività e… anche i loro tradimenti, possono mutarsi per i figli in feritoie, in possibilità di vedere la realtà in modo nuovo. Possono diventare uno stimolo a lottare per una maturità affettiva che impedisca di ripetere gli errori dei genitori. Le crisi si possono convertire in opportunità.

Si rende feconda la sofferenza inserendola nella vita, morte e risurrezione di Cristo. Chi decide di offrire tutto a Dio e di morire per Lui, riesce a diminuire l’aspetto terrificante del dolore e della morte, come è avvenuto per il giovane Nino Baglieri, che è passato dalla maledizione della sofferenza al fare di essa lo strumento che lo porterà presto agli onori degli altari. Così pure per Nunzio Sulprizio, dichiarato santo e patrono dei giovani; per San Camillo de Lellis, che da un’infanzia disordinata costruì una vita di amore e servizio; per Santa Giuseppina Bakhita, strappata da bambina ai genitori, cresciuta in schiavitù, ferita moralmente e fisicamente dagli schiavisti…

Dai santi comprendiamo che gli enigmi delle nostre vite si illuminano al pensiero che ogni essere umano è figlio di Dio, è unico e irripetibile, ha enormi potenzialità di crescita, dedizione, sacrificio, amore e successo se crede nella propria bellezza. Se s’impegna a trasformare il limite in grandezza. Se mette al primo posto nella sua esistenza quel Dio che «non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande».

                                                                         Valentino Salvoldi

Cos’è la sofferenza? È la distanza che c’è tra la vita che immaginiamo e quella che è in realtà.

Canta Battiato: «Cerco un centro di gravità permanente», cerco un modo di vivere che non dipenda da ciò che accade fuori da me, ma da ciò che capita in me. Ciò che accade intorno è semplicemente perfetto per farmi crescere, perché «Dio non gioca a dadi con l’Universo».

Nella Cabala ebraica vi è questa immagine: supponi che Dio venga da te e ti chieda: «Se uscendo di casa per ogni volta che incontri una persona che ti offende, ti insulta, ti umilia, ti rende impossibile la giornata ti regalassi una somma di denaro spropositata cosa ti augureresti ?». Penso che tutti si augurerebbero di incontrare tutti i giorni tali individui. Ebbene, per lo Spirito vale la stessa cosa: ogni volta che incontri difficoltà nella vita vinci, ma vinci proprio, perché non vi è crescita senza stimoli.

Alla luce di quanto detto sopra ecco che la sofferenza attraversata assume un altro colore, e così scopri la gratitudine senza la quale la vita sarebbe un teatrino vuoto e insulso.

Lasciato dalla moglie, con tre figli, per il bene della famiglia e per “quieto vivere” decido di andarmene, lasciando tutto, ma proprio tutto, in un momento in cui il lavoro andava veramente male, e così senza soldi e a quasi cinquant’anni torno ad abitare con mio padre.

Così riscopro il rapporto con lui, ma le differenze sono oramai incolmabili e la delusione è tanta, preferisce guardare il tg che parlare con me.

Altra batosta: marito fallito, padre fallito, ingegnere fallito e ora figlio non amato e trattato come un profugo, un alieno.

Ma ecco la luce: in tutto questo l’anima è pulita, linda, l’amore di Dio altrettanto, anzi ho vinto una somma di denaro spropositata. Se vogliamo avere cura della nostra anima dobbiamo avere la forza di vivere come Monaci Guerrieri, e guardando in faccia la sofferenza avere il coraggio di attraversarla.

Così ora mi sento libero di andarmene nuovamente senza legami, libero, e ogni volta che i figli vengono a pranzo è una festa, li bacio e li abbraccio come non ho mai fatto, al mattino vado a lavorare vivendo i vari momenti della giornata come piccoli doni di Dio consapevole che tutto è grazia, tutto nella vita è perfezione, tutto ha senso anche quando sembra il contrario.

E quando la sofferenza torna come un pungolo a torturarmi penso alla Cabala e osservandomi colgo il privilegio di aver vinto di nuovo, o almeno ci provo.

                                                          Enrico Segatto

One thought on “Ferite mutate in feritoie?

  1. Che tenerezza leggere quest’articolo di Don Valentino ed Enrico Segatto! Rivedo l’esperienza della mia infanzia: il crollo, a circa cinque anni, del mito del mio papà, che, come per quasi tutti i figli, (e soprattutto le figlie), è una specie di supereroe! Ma questo «supereroe»… picchiava la mamma, le diceva parole difficili da concepire per una bambina di quell’età, le muoveva accuse irripetibili. E nella mia psiche di bambina, che faceva fatica a lasciar cadere quell’immagine «mitica», si insinuava il pensiero che magari la mamma, che comunque amavo tantissimo, avrebbe potuto essere più conciliante con lui, o non avrebbe dovuto provocarlo (in cosa, in entrambi i casi, non lo sapevo, ma se lui, il supereroe, si comportava così…). Poi, appunto, il crollo del mito, insieme alla scoperta della crepa che lo faceva crollare: lui agiva sotto l’effetto dell’alcool e della depressione di cui soffriva… Prima, allora, la disillusione, e poi… La crescita della consapevolezza della presenza di Gesù nella propria vita cambia davvero radicalmente il nostro rapporto con la sofferenza. Non perché ci toglie la fatica di assumerla, di «attraversarla»… anzi! La nostr sensibilità si fa più acuta. Quello che cambia, man mano l’esperienza di fede si fa più profonda, è l’«oggetto» della sofferenza: prima quello che prevale è il dolore per le proprie ferite, per i propri diritti negati, per quello che ci viene tolto; poi, si sperimenta il dolore di chi, consapevolmente o no, ci causa sofferenza: se si comporta così, probabilmente è ferito, più che essere un carnefice, probabilmente è vittima lui stesso di ferite, diritti negati, ingiustizie… E allora, pur con fatica, si assume l’atteggiamento stesso di Cristo, pur con le debite proporzioni della nostra piccolezza e fragilità. E si sperimenta, pian piano, che il cuore, anziché chiudersi o indurirsi, si dilata a un amore più grande, che arriva a desiderare di consolare chi ci ha afflitto, di dare amore a chi ce l’ha negato, di restituire a chi ci ha defraudato, spezzando così una catena che altrimenti non farebbe che generare altre frustrazioni, negazioni, rancori… E si scopre la gioia di chi è capace, proprio perché ha sofferto, e ha sofferto «con» Cristo, di generare vita, di dare misericordia, speranza. La sofferenza, così concepita, ci rende, non per nostro merito, maestri di umanità, inclini a com-prendere, cioè a prendere dentro di sé i limiti degli altri, per spezzare il senso de fallimento che a volte porta le persone ad avere atteggiamenti mortiferi nei cofronti degli altri.
    Suor Chiara Antonella Poli

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