Quell’abbraccio che non avrà mai fine

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Pietro Ballotta

La figlia di un amico aveva visto suo papà con gli occhi sbarrati, disperato, straziato per mancanza di respiro e portato via d’urgenza da un’ambulanza della Croce Rossa. Aveva trascorso una terribile settimana, supplicando Dio di poter riabbracciare il genitore a casa. Lì fu riportato… cenere, in un cofanetto di legno scuro, senza neppure una croce.

Al telefono mi pone pesanti domande: «Perché proprio a noi doveva capitare questo? Ma dov’è Dio? Meritava il tuo amico una fine così miserabile: morto solo come un cane, senza una persona amica accanto, senza il funerale?».

L’unica risposta al suo immenso dolore potrebbe essere un silenzioso abbraccio. Silenzioso, per non rovinare il Mistero. Ma, non potendo uscire di casa, celebro la messa e poi le scrivo una lettera:

Vorrei poter esserti vicino, senza dire nulla, per farti sentire nel mio affetto l’abbraccio che tuo padre ora continua a donarti dal Cielo. Dietro le domande che mi poni, traspare ancora la tua fede. È questa la nostra vera forza: tutto possiamo perdere nella vita, ma Dio mostra il suo amore per noi aiutandoci a credere in Lui.  

Ma anche se abbiamo la fede, di fronte alla morte, tutto in noi si scombussola. Noi parliamo sempre d’amore. Noi crediamo nella risurrezione e nella vita eterna, ma non possiamo evitare di essere radicalmente sconvolti quando affrontiamo una realtà che, apparentemente, è l’opposto di tutte le nostre aspirazioni, perché siamo fatti per la vita e la morte rompe tutto dentro di noi.

Tu stai vivendo la morte del papà che per te è stato amore e grazia. Amore benedicente, sempre. Amore che dona, perdona e crede che «Tutto è grazia». Tuo padre, amando, si è trasformato in amore. E così ha vinto la morte, appunto perché, diventando Amore, realizza ciò che continuamente vado ripetendo: Una tomba è troppo piccola per contenere il mio amore. Risorgerò!

Risorgeremo. Resteremo assieme per tutta l’eternità. In quell’Abbraccio che non avrà mai fine.

                                                                     Valentino Salvoldi

“La vita vince sulla morte”, esplode la primavera ora fuori, resta freddo dentro. La morte di chi ami ti lascia solo, ti schiaccia o ti costringe a fuggire da un dolore che non si può negare; s’adombra in piccoli dettagli, in angoli della mente, dove ancora piange chi ci ha lasciati: spaventato, ci implorava aiuto e rassicurazioni… Non abbiamo saputo o potuto trattenerlo. La mente lo sente, il cuore anche, eppure non si trova più nei suoi luoghi. Se chiami al telefono, quasi sembra naturale che da un momento all’altro risponda in quel suo modo abituale. No, la primavera non può più essere come prima. Ogni sirena in questi giorni ce lo ricorda: al casello tra vita e morte c’è coda.

«Dov’è Dio?». Che rimanga questa domanda preziosa, che resti con noi sempre. Non perdiamola. Nessuna risposta confortante la sopprima, perché lì dentro c’è un presagio che salva. Tuttavia, per chi si trova davanti alla cassetta con un pugno di ceneri che il giorno prima era suo papà, la prima domanda è un’altra: «Dov’è papà?»… Avrò una fede debole, ma prima di chiedermi dov’è Dio, mi chiedo dov’è quella persona che amo e che è defunta, e che se torno a casa non posso più riabbracciare. La grande domanda esistenziale dell’essere umano nell’arco dei secoli si intreccia con la mia personale ricerca, sistole e diastole, inspirazione ed espirazione, vita e morte.

Se soffro è perché amo chi ho perso, continuerò ad amare con lui, a cercare con lui, a tenere quel filo che ci unisce, convinto che anche lui lo stia facendo. Non ho risposte, ho ancora amore.

                                                                         Pietro Ballotta

One thought on “Quell’abbraccio che non avrà mai fine

  1. Conosco don Valentino da quando avevo circa 16 anni, o meglio, da quando ne avevo 14. Come sempre, quando nella vita si incontrano persone significative, alcune espressioni ci rimangono particolarmente impresse. Per esempio, spesso, durante gli incontri con gli adolescenti o, in generale, durante le sue conferenze, ricordo che ci esortava a non aver paura di manifestare i nostri sentimenti. «Noi bergamaschi siamo abbastanza riservati – diceva, anche se non proprio utilizzando precisamente questi termini – ma, non vergognamoci di dire “Ti voglio bene”, perché, poi non ci sarà più tempo, quando la morte ci strapperà le persone che amimo…». Mi perdoni don Valentino se non uso le sue stesse parole: sono passati quasi 40 anni, ma il senso è questo. Tanti, troppi di noi in queti mesi, hanno fatto l’esperienza straziante di vedersi strappati gli affetti più cari senza poter dare un saluto, un abbraccio, un «arrivederci», per chi crede. È vero, l’unico conforto che possiamo darci è l’abbraccio, che non toglie il dolore, ma dice che se noi, esseri grandissimi ma altrettanto piccoli e limitati, sappiamo donarci abbracci, questi gesti parlano di eternità. Non possiamo sopportare i distacchi, perché il distacco non era all’origine, per questo ci ribelliamo, o comunque ne soffriamo. Siamo fatti per l’eterno, perché anche l’amore umano è una scintilla di quell’Amore che non può finire. Dov’è Dio? È in quell’abbraccio, è in quelle lacrime, è in quel chiedersi «perché». Dio non è risposta: è respiro, è anelito di vita, è in quel non sopportare la separazione, perché Dio è Amore, unità, comunione!

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