L’epoca più connessa e la più sola?

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Don Rito Maresca

Il governo britannico, nel 2018, ha istituito il Ministero della Solitudine. Il popolo italiano registra un triste primato: un terzo dei nuclei familiari è composto da una sola persona. Ovunque, su Facebook si moltiplicano le richieste di amicizia.

Io non mi avvalgo generalmente dei correnti social media, eccetto qualche strumento di comunicazione interattiva. La mia casella di posta elettronica è spesso ingombra di richieste d’amicizia. Tra le tante, eccone una particolarmente sorprendente: «Vorrei la tua amicizia a patto che, se iniziamo il rapporto, tu ci sia quando ho bisogno della tua presenza e lasci che sia io a decidere dove, come e quando possiamo comunicare». Non so chi sia questo potenziale “amico” che reputo specchio di questa generazione: la più connessa. La più sola. Forse, la più timorosa di rapporti veri e non “virtuali”, al punto da voler gestire l’“amicizia” per vincere l’insicurezza, per sentirsi meno vulnerabile.

Causa di questa situazione: individualismo? Narcisismo? Mancanza di valori e di punti di riferimento positivi? Autoreferenzialità? Lezioni impartite da cattivi maestri? Oppure, alla base c’è la paura di un confronto che spiazzi le poche certezze, che evidenzi le proprie “nudità”? Il filosofo francese Sartre scrive: «L’inferno sono gli altri». Gli si può contrapporre: «L’inferno è la mancanza degli altri». In Europa si esalta l’“Io” a scapito del “Noi”. L’Africa contrappone questa saggezza: «Io sono perché noi siamo». In Occidente si sbandiera il “fai da te”. In Oriente chi è privo del maestro di vita è giudicato un perdente in partenza.

Quali sono le possibili terapie per curare la generazione dei selfie?

–          Scoprire il valore della comunità che, proprio perché imperfetta, aiuta a smussare le angolosità del nostro io e ci insegna l’umiltà.

–          Cercare validi maestri di vita, sulle spalle dei quali vedremo più in là di chi si fa carico di noi. E tra i maestri, il primo dovrebbe essere Cristo.

–          Opporsi all’opinione comune: «La mia libertà finisce dove comincia la libertà dell’altro» perché presuppone che sia un concorrente colui che mi sta davanti, mentre in realtà questi dilata gli orizzonti della mia libertà e mi strappa dalla solitudine e dall’asfissiante individualismo.

In sintesi: silenzio e solitudine sono necessari per crescere in sapienza e grazia, ma Parola e comunità sono essenziali perché non si fa festa da soli.

                                                                  Valentino Salvoldi

Una sera, dopo l’incontro in oratorio, si era deciso di mangiare una pizza. Tempo di attesa: trenta minuti. C’era un tempo in cui aspettare, apparentemente un tempo vuoto, e la reazione immediata dei ragazzi è stata quella di togliere dalla tasca il proprio smartphone e chinare il capo su quello schermo a cristalli liquidi che catturava completamente la loro attenzione, isolando ciascuno dagli altri presenti. D’un tratto però, in questa scena ormai così comune a tutte le latitudini del “bel Paese”, una voce rompe il silenzio: «Spegnete il Wi-Fi, accendete i cuori!».

Era una ragazza di 15 anni, forse una di quelle figlie dei “figli dei fiori” a cui i genitori hanno potuto trasmettere qualcosa di diverso. «Spegnete il Wi-Fi, accendete i cuori»…

La possibilità di essere l’epoca in cui tutti potessero essere connessi, in realtà ha prodotto una più grande e vuota solitudine.

La sfida non è certo quella di opporsi in maniera stupida e inutile al progresso, ma di impegnarsi per un progresso delle persone, per l’accensione dei loro cuori, per una comunicazione reale con questo nostro corpo. Dio ha scelto come via privilegiata di Rivelazione l’esperienza della carne e del sangue. Nel farsi embrione nel grembo della Vergine ha indicato che la strada dell’incontro tra gli uomini è quella della relazione unica e personale. Relazione basata sul valorizzare ciò che ogni generazione propone di positivo. La sfida allora non sarà tanto quella di spegnere o di limitare in qualche modo il web o il mondo digitale, ma di abitarlo con cuore ampio e generoso e di riscoprire nuovi canali di connessione, per vincere l’anonimato dietro cui uno schermo permette di nascondersi. Per vincere la paura dell’altro visto sempre più come un concorrente piuttosto che un fratello e amico. Per vincere la solitudine di chi sembra sprofondare tra i “perdenti”.

Accendere il cuore, appassionare i giovani e appassionarci sarà la sfida del Terzo millennio, perché una nuova e vera Pentecoste possa unire i credenti e poi tutti gli uomini della terra.                

                                                        Don Rito Maresca

One thought on “L’epoca più connessa e la più sola?

  1. Una sera, nel mio monastero – era presente il Consiglio della Federazione – si discuteva sulle sfide che i nuovi mezzi di comuniczione sociale pongono alla nostra vita contemplativa. Devo dire che spesso, quando si trattano questi argomenti nelle nostre comunità, chi come me è sempre stato particolarmente sensibile (e appassionato) a questi argomenti prova un certo disagio. L’impressione che io provo, infatti, è quasi sempre un certo atteggimento di difesa, o diffidenza, verso questi strumenti. Atteggiamento comprensiibile, da un certo punto di vista, perché è vero: sono sotto gli occhi di tutti gli effetti di un loro cattivo uso. La discussione ferveva, finché a un certo punto, dopo aver raccolto un po’ le idee, ho provato a dire il mio pensiero.
    Ho compiuto d poco 54 anni, e già da quando de avevo almeno dieci, sento parlare di incomunicabilità tra le generazioni, di rapporti di amicizia, tante volte costruiti, nella migliore delle ipotesi, sul pettegolezzo, dove si misura il grado di affinità di interessi sul fatto di essere più o meno d’accordo sul cattivo, o buon guso, del modo di vesire della vicina… quando l’oggetto delle comunicazioni non è più di bassa qualità…

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