Una generazione di orfani?

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Don Alessandro Angioletti

Murato in uno sconcertante silenzio, un cosmonauta viaggia fino ai confini estremi del sistema solare, verso Nettuno, per ritrovare il padre scomparso e coinvolto in un misterioso programma, irto di minacce per l’intero cosmo. Suo mandato: neutralizzare il padre. Suo tormento: ritrovarlo per avere da lui quelle risposte che non ha mai avuto. Ritrovarlo per garantirgli che, nonostante il suo assurdo comportamento in famiglia, gli vuole ancora bene.

Le esplorazioni spaziali narrate dai film di fantascienza sono spesso un modo per fuggire da se stessi. I silenzi siderali possono aiutare a ritrovare se stessi. Questo è quanto ho intuito del film Ad Astra. Il titolo, forse, rimanda al motto degli antichi Romani: «Per aspera ad astra» (attraverso le asperità sino alle stelle).

Il protagonista, mentre intraprende un viaggio nei più profondi recessi del sistema solare, entra nelle profondità delle pieghe del suo animo. Chiaro il messaggio: la presente generazione si trova davanti a padri che hanno perso la loro identità: siamo di fronte a una grave crisi antropologica. Troppe persone non sanno che cosa significhi “essere uomini” e, tanto meno, dare vita a una vita. Finché il bambino è piccolo, tutto va bene. Quando comincia a rapportarsi al padre per avere da lui ciò che gli permette di crescere, quando è il momento della vera generazione (è padre chi dà al figlio un motivo per vivere) allora il genitore cade nel mutismo, mette in discussione il rapporto con la moglie e cerca di salvarsi fuggendo da tutti e da tutto. Si ripete la storia di Zaccaria, padre biologico di Giovanni Battista. La sua incredulità ha per divina punizione il mutismo. Torna a parlare quando nasce il Precursore. Quando diventa “padre”.

Quali sono le motivazioni di troppi padri che lasciano “orfani” i propri figli? Le scopriremo assieme, un po’ alla volta. Per il momento può essere significativo meditare su un brano biblico che, discretamente, dà un valido suggerimento.

Il profeta Malachia, pensando ai tempi messianici, proclama: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio» (3,23-24).

Questo era il pensiero dell’Antico Testamento. Nel Nuovo c’è un radicale cambiamento: nel Vangelo di Luca, quando l’angelo annuncia a Zaccaria la nascita del figlio, cita il profeta Malachia, ma “censura” la seconda parte. Il Precursore è qui per portare il cuore dei padri verso i figli, ma non viceversa: è il vecchio che si deve confrontare con il nuovo, è l’adulto che si deve rapportare intelligentemente con il giovane, è l’anziano che deve “rifarsi il sangue” dialogando con i nipoti. Benché fragili, i giovani portano al mondo un afflato di novità, di freschezza. Portano gli inediti sogni di Dio.

Ed è la conclusione del film Ad Astra: il figlio cerca di riportare il padre sulla terra. Ci riuscirà? Non importa. Ciò che conta è il fatto di aver cercato di salvarlo dicendogli: «Ti voglio bene».

                                                                              Valentino Salvoldi

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Mentre don Valentino cita un film, io mi abbasso semplicemente a una pubblicità: quella della tanto cara e amata (anche da me) Nutella. Il figlio, dopo aver preso 5 nell’interrogazione di matematica, chiede alla mamma –che sta preparando la colazione – di poter andare la sera stessa alla festa della compagna di scuola. La mamma, motivando con quell’insufficienza, risponde che non se ne parla nemmeno. Abbattuto dalla risposta, il figlio inizia a spalmare Nutella sulla fetta di pane e in quell’istante arriva il padre che siede a tavola; il ragazzo porge la fetta di pane e Nutella al padre e pone la stessa domanda, con risposta opposta a quella materna: il padre infatti, addolcito da cotanta bontà (e a chi non piace la Nutella non sa cosa si perde), concede quanto richiesto, con nervosismo della mamma e l’approvazione del figlio che rivolgendosi al padre dice: «Ma sei un king» (ovvero un re). E raccogliendo le cose per la scuola, se ne esce di casa contento di aver ottenuto ciò che voleva.

Penso che viviamo in un mondo dove,  per essere i “re” dei propri figli, bisogna assecondarli, lasciarsi catturare dalle loro lusinghe ed essere per loro i fruitori di quanto chiedono senza contraddirli. Non importa a loro se si mette a repentaglio l’armonia della coppia padre-madre, e non importa neanche a questi tipi di genitori che non si confrontano, se non con la bontà di un panino e Nutella, alias di una lusinga bella e buona. Ciò che conta per una madre o un padre oggi penso sia l’approvazione dei figli, ma a quanto pare sembra proprio che l’approvazione sia tanto più alta quanto maggiore è l’assecondare delle richieste.

E se Zaccaria fosse rimasto muto? Non sarebbe mai diventato “padre”. Oggi,  forse, molti padri e madri avrebbero bisogno di quel santo mutismo evangelico, alcuni per evitare certe sciocchezze che “de-generano”, molti altri perché è solo grazie a un profondo silenzio davanti a Dio che possono lasciarsi illuminare il cuore per un confronto prima tra coniugi, e successivamente per una decisione di insieme che genera parole giuste e scelte di stile. Quello che il mondo di oggi fatica a vedere.

                                                              Don Alessandro Angioletti 

One thought on “Una generazione di orfani?

  1. È un po’ pericolosa questa sorta di latitanza della figura paterna. Sì, perché, in mancanza di una paternità significativa, come si fa a spiegare la Paternità di Dio? Se, per esempio, la nostra esperienza del padre è quella di una figura autoritaria, come parlare del Dio misericordioso, lento all’ira, grande nell’amore? Se, viceversa, il padre è sempre stato colui che diceva sempre di sì, o che, pur di non rinunciare al posto sul divano dopo una giornata di lavoro, non entrava in dialogo, magari diceva pure dei no, ma senza motivarli… come parlare del Padre che corregge il figlio che ama? Per non parlare, poi, della confusione dei ruoli! Per un malinteso senso della parità tra uomo e donna (già c’è un vizio di termini, perché il problema non è la parità, ma la pari dignità…), il papà finisce spesso per trasformarsi nel “mammo”, creando così persone insicure, sempre bisognose di protezione e di conferme, che fanno fatica a fare scelte definitive nella vita, perché non temprate dalle difficrtà, che vengono spesso prontamente evitate, sostituendosi con un senso di protezione che non fa bene perché non aiuta a crescere.

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