Utopia il giovanile amore?

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Don Rito Maresca

«Ci vuole molto tempo per diventare giovani», afferma argutamente Pablo Picasso. La giovinezza, più che un vanto, è un dono di Dio: «“Essere giovani è una grazia, una fortuna”. È un dono che possiamo sprecare inutilmente, oppure possiamo riceverlo con gratitudine e viverlo in pienezza» (Christus vivit, n. 134).

Disturbano e risuonano come utopiche tante affermazioni sui giovani dipinti come il futuro dell’umanità, elogiati perché portano il futuro, decantati perché sono la speranza del futuro… E l’“oggi”? I giovani appaiono bellissimi. Ma, come meteore, come albe e tramonti, molti di loro subito svaniscono. I giovani sono come un germoglio. Bello nel suo nascere. Affascinante nello sbocciare, ma… presto – troppo presto – trapuntato di spine…

Ma, al di là della vanità del tutto e della precarietà del vivere – come drammaticamente e poeticamente parla Qohelet –  vedo i giovani come un tesoro, un talento. Sono la concretizzazione dei sogni di Dio. Sogni che, per diventare realtà, hanno bisogno di genitori ben formati e di validi educatori che favoriscano la crescita di giovani che, quando parlano di pace, non dicano: «La pace sì, però…».
Giovani che non facciano discorsi che conciliano l’inconciliabile, ma optino per una pace nuda: la disarmante pace del Bambino di Betlemme, nudo nella mangiatoia; la sofferta pace del Figlio di Dio, nudo sulla croce. Giovani che non releghino tra le utopie il precetto di amare tutti. Giovani che sperimentino la gioia di essere un dono per tutti, pronti a dare anche la propria vita avendo una ragione per cui morire: così facendo, dimostrano che hanno anche una ragione per vivere… Giovani che anelino a rendere eterno il tempo, immergendolo nell’amore.

Lungo è il tempo dell’attesa. Straziante il tempo del dolore. Corto, troppo corto il tempo dell’amore. Corto, ma provvido: pur nella sua brevità è fonte di grazia, crea la nostalgia dell’Assoluto, immerge in Dio e ci rende sempre più simili a Cristo.

                                                         Valentino Salvoldi

Giovani, una parola spesso abusata, tanto pronunciata dalle labbra di politici, quanto scritta su documenti pastorali… tutti a parlare del primato da dare ai giovani, della necessità di investire sulle loro speranze, mentre contemporaneamente la generazione adulta sembra occupare tutti gli spazi,: dalla questione sulle pensioni e l’intangibilità dei diritti acquisiti nonostante, alla banale necessità di un prete come me di indicare che quell’incontro sia precluso agli “over 40” per evitare che la generazione adulta (in genere più puntuale dei ragazzi) arrivi e occupi tutta la sala. Così di giovani è piena la nostra bocca, forse meno il nostro cuore che non li accoglie e la nostra terra che non ne genera. La maturità del Battista di farsi da parte perché chi viene dopo, prenda il posto che gli spetta, si fa sempre più rara e più ardua ancora la capacità di trasmettere il sogno, la passione e la bellezza dell’amore. Un proverbio africano recita in maniera tanto banale quanto esemplare: “se c’è la guerra, non è colpa dei bambini”. Allora se ci chiediamo insieme se l’amore giovanile sia davvero un’utopia, forse dovremmo anche chiederci quale immagine dell’amore abbiamo, con la vita e non con le parole, consegnato ai nostri figli, quale speranza o disperazione abbiamo instillato nei loro cuori. Se gli anni ’60 e ’70 sono stati il tempo delle passioni, forse anche sfrenate, la fine del millennio e l’inizio del nuovo si è caratterizzate per l’epoca delle “passioni tristi”. Tra queste passioni l’amore non è stato da meno… quella forza che muove il sole e l’altra stelle, che ha causato guerre e rivoluzioni non è finita anch’essa nel tritacarne di un consumismo dove i princìpi sono quelli del “se posso perché non devo”, del “tutto e subito” e dell’”usa e getta”? Queste tre idee, così infiltranti la nostra cultura, hanno minato dall’interno la capacità di amare, hanno spesso ridotto l’amore alla semplice manifestazione di un’emozione che dura il tempo di una canzone estiva. Eppure sono convinto che nel cuore di ciascuno, specie in quelli non ancora così induriti dalla vita resti quell’inquietudine che ha mosso Sant’Agostino e tanti prima e dopo di lui a cercare e a giocarsi per quell’amore nella cui immagine e somiglianza siamo stati pensati e che solo riesce a riempire la vita. Se lo chiedere in giro, l‘ultimo Youtuber, forse, vi saprà dare mille consigli, io posso solo dire di continuare a crederci, perché la giovinezza altro non è che un cuore capace di amare ed inseguire, specie quando la strada si fa in salita, l’utopia dell’amore

                                                       Don Rito Maresca

One thought on “Utopia il giovanile amore?

  1. Ho quasi 54 anni e sto in monastero da 32. La vita monastica, un po’, «ferma» il tempo, per questo, quando sento parlar dei giovani, mi sento interpellata. Mentre scrivo queste righe di commento, è iniziata la novena di Pentecoste, il tempo dell’attesa dello Spirito. Dobbiamo avere il coraggio di permettere allo Spirito, come nella prima Pentecoste, di «abbattersi» come vento gagliardo su di noi, sulla Chiesa, sul mondo… di insegnrci le diverse lingue: a parlarle e a comprenderle. È vero che ci riempiamo la bocca della parola «giovani», tante volte, purtroppo, almeno per quella che è la mia esperienza, per criticarli, per stigmatizzarne i comportamenti, salvo poi, a volte, a scimiottarli, per un malinteso senso dell’entrare in comunicazione con loro. «Ah, questi giovani sempre attaccati al cellulare!»… e noi? come gliene proponiamo un uso che ne favorisca le potnzialità di comunicazione? O «questi giovani sempre in comunicazione sui social»! e noi? Quanto veleno vomitiamo, in nome di un malintesa libertà di espressione? Che lo Spirito ci insegni le lingu diverse, ma con le giuste regole grammaticali, perché i giovani non sentno solo parlare di loro, ma sappiano di poter contare davvero su punti di riferimento stabili e credibili, che non li strumentalizzino, non ne blocchino la crescita, ma neanche li idealizzino, che non mettano troppa bambagia sul cammino, illudendoli che la vita sia un po’ come ce la mostra la pubblicità; punti di riferimento che diano loro la possibilità di crescere con una buon spina dorsale che non li faccia mollare alla prima difficoltà.

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